Educadores de la sociedad. Relatos de mujeres y del cuidado

Maria Antonietta Selvaggio:
Educadores de la sociedad. Relatos de mujeres y del cuidado

Reseña realizada por: Fiorenza Deriu

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Reseña:

Questo libro offre un prezioso spunto per una feconda riflessione sugli stereotipi di genere, basata sulla riformulazione che la filosofa statunitense Martha C. Nussbaum ha dato del capability approach seniano, individuando alcune capacità centrali che riguardano ogni essere umano, e le donne in particolare, a ogni latitudine del mondo (Nussbaum, 2000; 1997). La capacità, infatti, delle donne di superare tali stereotipi ne mette in luce il ruolo chiave in ogni processo di sviluppo umano della società. Per cogliere il nesso che lega questo libro alla riflessione che si intende proporre, occorre fare però una duplice premessa: sulla struttura del testo e su alcune considerazioni preliminari svolte dalla curatrice nella sua Introduzione.

Per quanto concerne il primo punto, va detto che il testo si divide in due parti: nella prima sono raccolte nove storie di vita; nella seconda quattro testimonianze autoriflessive.Tale struttura non costituisce un elemento secondario o accessorio al testo, ma è parte integrante della strategia narrativa scelta dall’autrice. Il libro conduce infatti il/la lettore/trice attraverso delle narrazioni che vedono sempre interagire tre attori principali: il soggetto narrante, le narratrici e il/la lettore/trice. Questo registro narrativo rende la lettura del libro molto fluida, estremamente permeabile al dischiudersi di domande e orizzonti che impongono spesso di tornare sulle pagine e i passi appena letti. La lettura si trasforma in un dialogo a geometria variabile: tra le intervistatrici e le intervistate; delle testimoni auto-narranti con se stesse e con chi legge. Se è vero che nel dia-logos ragione e significato affiorano nella relazione tra soggetti agenti, allora è tanto più vero quanto affermava Hans Georg Gadamer, quando spiegava che ogni interpretazione testuale (ermeneutica) dipende da un dialogo in cui i partecipanti sono disposti ad abbandonarsi al testo, per consentire l’emersione, l’espressione di qualcosa che non appartiene solo ai soggetti coinvolti ma che si manifesta in una “fusione di orizzonti”, in un qualcosa d’altro che è comune (Gadamer, 1960). L’esperienza della fusione di orizzonti fa sì che i vissuti delle donne ritratte in questo libro si “offrano” in modo totale alle lettrici e ai lettori.

Per quanto riguarda il secondo punto, Maria Antonietta Selvaggio nella sua Introduzione afferma che «ciò che fa da collante e comune denominatore alle storie e alle testimonianze contenute nel libro è la capacità delle protagoniste di trascendere la realtà in modi diversi con scelte e decisioni che fanno leva sul sentimento della cura». Un sentimento che non si declina però come dedizione sacrificale, scelta oblativa o rinuncia ma come libertà di agire secondo il proprio desiderio. Una forma di cura che deriva dalla libera scelta, dalla capacità di autodeterminazione, dal rispetto di sé, dall’empowerment, prima che da doveri impliciti inscritti nell’appartenenza a un determinato genere.

Ebbene, a partire da queste premesse, risulterà più agevole comprendere il senso delle riflessioni che seguono. Le dimensioni della capacità e dell’empowerment appaiono, infatti, centrali nell’argomentazione dell’autrice. L’empowerment è notoriamente un concetto introdotto per la prima volta in occasione della Conferenza Mondiale delle donne di Pechino nel 1995 e fa direttamente riferimento al potere delle donne, alla loro capacità e possibilità di decidere, di essere autonome, di avere voce in capitolo nella famiglia, nella società e nella politica. Alla luce di questa definizione è possibile andare oltre il significato più immediato del titolo di questo libro, Educatrici di società, perché educare significa proprio “condurre fuori”, “liberare”, e una società libera promuove lo sviluppo umano, è più equa, promuove una politica democratica e la solidarietà tra cittadine/i. L’empowerment delle donne è dunque allo stesso tempo un bene in sé, e per questo un fine, nonché strumento e volano per un equo sviluppo umano della società.

Questa argomentazione richiama decisamente quanto Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, afferma in merito a quello che dovrebbe essere l’obiettivo delle politiche pubbliche di ogni buon governo: la promozione delle capacità umane dei/delle suoi/e cittadini/e. Lo sviluppo delle capacità e la persona sono i fini e non i mezzi delle politiche pubbliche. Le capacità, insiemi di combinazioni alternative di funzionamenti che una persona è in grado di realizzare, rappresentano ciò che si è in grado di essere o di fare in base a ciò che si ritiene un bene per sé. I funzionamenti sono, infatti, “stati di essere e fare” che una persona ha buone ragioni di scegliere e desiderare. Ma non è affatto scontato che un funzionamento rilevante possa essere acquisito.

Se si considera il funzionamento del nutrirsi adeguatamente possiamo dire che un ricco e un povero si trovano nella stessa situazione ma, nella prospettiva delle capacità, il ricco può scegliere di ridurre la propria alimentazione e “mettersi a dieta”; il povero non ha davanti a sé la possibilità di scegliere tra più combinazioni possibili, perché la sua unica possibilità è di cibarsi del poco di cui dispone (Sen, 2000). È un po’ quanto affermava Pierre Bourdieu, ne La Distinction quando, nel capitolo dal titolo “La scelta del necessario”, con riferimento alle classi popolari, spiegava come di fatto a coloro che occupavano questa posizione nello spazio sociale non era dato avere più di quanto fosse stato già loro dato. Il loro spazio dei “possibili” risultava estremamente ridotto.

Se questo è vero, prevedere politiche pubbliche che consentano di rafforzare, sviluppare, accrescere le capacità delle donne, significa favorire lo sviluppo umano di una società e di un Paese: non il solo sviluppo economico o finanziario o culturale ma tutte queste dimensioni insieme. Perché sono la persona e le sue capacità al centro delle politiche.

Nussbaum rilegge nell’ottica dell’internazionalismo femminista questa teoria e individua dieci capacità centrali che si legano direttamente al concetto di dignità umana (Charlesworth 2000). Si tratta di diritti quali la vita; la salute e l’integrità fisica; i sensi, l’immaginazione, il pensiero e le emozioni; la ragion pratica; l’appartenenza; il tempo per sé; il controllo sul proprio ambiente (Nussbaum, 1997). Queste capacità centrali attraversano, nutrono le storie e le testimonianze contenute nel libro di M. A. Selvaggio. Non v’è alcun dubbio che le donne protagoniste di queste storie ed esperienze sono donne libere di; libere da; libere per. Le loro storie sono emblematiche della capacità delle protagoniste di essere e fare ciò che hanno ritenuto bene per sé.

Libere di essere antifasciste, femministe militanti, educatrici (Pina Zandigiacomi); di essere mogli, madri e figlie attiviste nella vita sociale e politica (Alessandra Clemente e Santa Rossi); artiste, attrici, registe (Giorgia Palombi e Tutti Mangrella); sindacaliste e politiche (Valeria Ajovalasit); volontarie nel sud del mondo (Simona Avolio, Dania Avallone); pacifiste (Anna Bambino); libere di progettare (Ida Fornaro, Irene Ammaturo e Lucia Valenzi); di essere scrittrici e poetesse (Michela Gusmeroli).

Libere da schemi stereotipati e ruoli predeterminati (Pia Zandigiacomi e Valeria Ajovalasit); da pregiudizi e barriere culturali (Simona Avolio e Dania Avallone); dalla paura delle mafie e della camorra (Alessandra Clemente); dalla paura del diverso (Giorgia Palombi).

Libere per conseguire obiettivi coerenti col proprio modo di sentire, per accrescere le proprie conoscenze e i propri saperi; per nutrire l’amore per la giustizia, per coltivare quegli stessi valori che hanno vissuto, per portare un contributo allo sviluppo umano della società.

Le storie e i percorsi di ciascuna non sono stati lineari né privi di intralci. Ogni esperienza porta i segni della sfida, delle ferite inferte da una serie di “svantaggi corrosivi” (Wolff e De-Shalit, 2007) che hanno intralciato, ostacolato, complicato, rallentato, inibito talora il dispiegarsi delle loro capacità. Il fascismo; le trasformazioni radicali della società e il permanere di retaggi culturali tradizionali; gli spostamenti di residenza; il dover accantonare per del tempo le proprie passioni e il proprio lavoro; i conflitti e le guerre; la morte e i lutti di persone care; i ricatti e le minacce; la rigidità dell’apparato burocratico amministrativo. Svantaggi che hanno attraversato il secolo scorso e che permangono in buona parte ancora oggi. Eppure questi svantaggi non hanno impedito alle protagoniste di queste storie di declinare il loro modo di “prendersi cura” dell’altro sia come forma di autorealizzazione sia come contributo allo sviluppo umano e al miglioramento della società.

Nei loro percorsi di vita si rintraccia quella “eudaimonia” aristotelica, da intendersi come realizzazione completa di sé (fullfilment); realizzazione di una vita fiorente in tutte le sue potenzialità (flourishing life) (Fusaro 2015). Una vita capace di generare “capacità feconde” (Wolff e De-Shalit cit.) attraverso un nutriente processo di trasferimento di esperienze che con queste pagine giungono ora a noi, diventando così preziosa risorsa di crescita umana per ogni donna. Da ricordare che il libro raccoglie nove interviste biografiche, condotte, oltre che dalla curatrice, da Mirella Laraia, Antonia Maria Casiello, Lucia Tortora, Silvana Panza, più un saggio storico di Maria Teresa Sega e quattro racconti autobiografici le cui autrici sono Ida Fornario, Irene Ammaturo, Lucia Valenzi, Michela Gusmeroli.

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Ficha Técnica

Título: "Educadores de la sociedad. Relatos de mujeres y del cuidado"
Autor libro: Maria Antonietta Selvaggio
Reseña por: Fiorenza Deriu
Número:
Páginas: "179-182"
URL: http://www.comunitania.com/fiorenza-deriu-educadores-de-la-sociedad-relatos-de-mujeres-y-del-cuidado/
DOI: http://dx.doi.org/10.5944/comunitania.11.11
Revista: Comunitania, Revista Internacional de Trabajo Social y Ciencias Sociales